Perché sai cosa dovresti fare – e comunque non lo fai
C’è un momento nella crescita personale che conoscono quasi tutte le persone che se ne occupano seriamente. Hai letto, ascoltato, riflettuto. Conosci i tuoi schemi, conosci le tue convinzioni, sai da dove vengono. Eppure – non cambia niente.
Non perché capisci troppo poco. Ma perché capire, da solo, non basta.
Sono Johanna, e questa è una delle consapevolezze più importanti che hanno segnato il mio lavoro di coach – e che io stessa vivo sulla mia pelle, più e più volte.
Tre livelli – e perché la maggior parte resta ferma al secondo
La crescita personale, detta in modo grossolano, passa per tre livelli. Il primo è la presa di coscienza. Leggi libri, ascolti podcast, fai i conti con te stessa. Scopri le tue convinzioni, metti in discussione i tuoi schemi, impari a conoscerti un po’ meglio. Questo lo puoi fare da sola. E ci si arriva sorprendentemente lontano.
A un certo punto non basta più. Ti accorgi che hai bisogno di qualcuno che veda i tuoi punti ciechi – i propri, per definizione, non li vedi. Ti cerchi un coach, una terapeuta, una persona che ti accompagni. Questo è il secondo livello. Qui si lavora molto con il linguaggio: parlare, rispecchiare, arrivare a delle intuizioni. Tanto lavoro cognitivo. Tanti «adesso ha tutto un senso».
E poi arriva il momento che conosco così bene – per esperienza personale e per il lavoro con le persone che seguo. Sai tutto. Hai capito tantissimo. Ma qualcosa ti trattiene. Qualcosa semplicemente non cambia, per quanto tu l’abbia compreso intellettualmente.
Questo è l’invito al terzo livello: il lavoro sul sistema nervoso e sul corpo.
Cosa la comprensione cognitiva non può sciogliere
Alcuni temi si sono scritti in profondità nel sistema nervoso. Non come pensieri, ma come stati. Come schemi di reazione che si attivano in frazioni di secondo, molto prima che la mente pensante si accorga anche solo che sta succedendo qualcosa.
Forse lo conosci: sai benissimo che in una certa situazione non vuoi reagire come reagisci. Te lo sei proposta cento volte. Eppure – nel momento di stress scatta il vecchio schema. Non perché sei debole o ci hai lavorato troppo poco. Ma perché lo schema non sta nella testa. Sta nel corpo.
E al corpo le intuizioni non interessano. Gli interessa la sicurezza.
Questo significa: se qualcosa a livello di sistema nervoso non è stato elaborato – un’esperienza precoce, uno schema appreso che si è stabilizzato negli anni – allora puoi parlarne quanto vuoi, resta. Non perché non lo vuoi. Ma perché il tuo sistema non lo permette. Non ancora.
Cosa succede nel lavoro sul corpo – e perché a volte serve così poco
Quello che mi sorprende sempre di nuovo in questo lavoro è quanto poco serva, a volte. Ho vissuto sessioni in cui abbiamo lavorato sul corpo per cinque, dieci minuti – e quello che è successo dopo, a livello cognitivo non sarebbe stato possibile in ore.
Alcune persone mi hanno raccontato di essere salite in macchina dopo una sessione così e di aver iniziato a piangere. Senza saper dire esattamente perché. Il corpo aveva lasciato andare qualcosa che la testa non riusciva ancora nemmeno ad afferrare.
È la particolarità di questo lavoro: il sistema continua a lavorare dopo. Non sempre direttamente nella sessione. A volte ore dopo, a volte nei giorni successivi. E allora nasce una sensazione di sollievo diversa da tutto quello che si può raggiungere pensando.
La liberazione si sente in modo diverso dall’intuizione. Entrambe hanno valore. Ma sono cose diverse.
Prima la sicurezza – sempre
Qui devo dire una cosa importante, perché nell’ambiente del coaching a volte viene fraintesa. Il lavoro sul corpo e sulle emozioni non è uno strumento che si usa e basta. Non ogni persona è pronta in ogni momento.
Se qualcuno ha imparato – spesso nell’infanzia – che certe emozioni sono pericolose, travolgenti, incontrollabili, allora la prima cosa che nasce quando si toccano quelle emozioni è la difesa. Ed è perfettamente giusto così. Il sistema nervoso protegge la persona. Lascia passare solo quello che riesce anche a reggere.
Se come coach spingo dentro un’emozione per la quale non è ancora stata costruita sicurezza, non nasce un rilascio che guarisce. Nasce un sopraffarsi. E il contrario di quello che voglio: la persona vuole sentire quella cosa ancora meno di prima.
Per questo un buon lavoro sul corpo non inizia dall’emozione. Inizia dalla sicurezza. Dalla costruzione di un fondamento interiore abbastanza grande da reggere l’onda – e da lasciarla anche defluire di nuovo.
Lasciare arrivare l’onda, sentirla e lasciarla defluire – e dopo accorgersi di esserne capaci. È questo il vero apprendimento.
Cosa significa per te
Se ti riconosci in questo punto – sai così tanto, ma qualcosa resta bloccato – non è un segno che stai lavorando nel modo sbagliato. È un segno che forse stai arrivando al limite di quello che è possibile a livello cognitivo.
Non è una sconfitta. È un invito.
E non significa nemmeno che devi buttare via tutto quello che hai fatto finora. Il lavoro sui primi due livelli è il presupposto per quello che viene dopo. Ti serve la comprensione come fondamento. Ti serve il linguaggio per le tue esperienze. Ti serve la consapevolezza.
Solo che a un certo punto la testa deve essere pronta a lasciare la guida al corpo. E all’inizio è una sensazione insolita. A volte anche sgradevole. Ma è la strada che muove davvero qualcosa.
Non perché è più facile. Ma perché va più in profondità.